INTERCITY
Il treno per Padova parte molto presto la mattina, è un diretto con poche fermate e prosegue fino a Monaco di Baviera. Alle sette e un quarto l'anima migliore e più produttiva di questo paese è già in giro che corre, ha l'ansia di costruire una giornata di successo. Guizzando passa un piccolo mezzo per il trasporto dei bagagli, è giallo ma con la verniciatura morsa della ruggine. Un leopardo meccanico che cigola. In un tempo bambino avrebbe fantasticato di poterlo guidare come un pilota alle corse. Lo farebbe anche ora se possibile, in questo stesso posto, meglio ancora se fosse vuoto. Ora c'è il giornale sotto il braccio da stringere, il caffè che coccola il palato e in trasparenza suo padre, a trentacinque anni, che lo saluta dondolando la mano, lui guida, bambino ingordo di accelerare, e invece è piantato dentro un jeans scuro, la sigaretta che aspetta il fuoco e una camminata indolente. Non riesce a cancellare questo piccolo sogno vigile e scalmanato.
L'odore rancido della stazione di Roma è quasi poetico, è una carezza umida che lo insaliva nell'attesa sulla banchina. Dal giornale che con amore ha piegato sente arrivare la nota squillante del piombo. Una piccola ulteriore sveglia. E' tutto programmato e chiaro, orari, posto, libro e musica. Una chirurgia speciale di cui si sente esperto e che richiede strumenti appositamente controllati e ben affilati. Ha tutto il necessario e spera in uno scomparto tranquillo. Ieri era insieme ad altri a tavola a rimestare discorsi politici. Per orgoglio o sventura, tra un bicchiere e l'altro, frugavano sul filo della memoria. Appena ieri i suoi compagni erano tutti concentrati sui grandi temi della rivolta sociale, di un'ineluttabile rivoluzione, di un cambiamento necessario da cui sarebbero stati investiti a breve.
Bravi ragazzi e creativi. Hanno sempre avuto tutti un sorriso di scorta e un'uscita di servizio che nella vita reale fa tanto comodo. Lui no. Fruga ancora nella cesta delle possibilità ed è sempre meno curioso. Gli pare che la catarsi più grande sarebbe riappropriarsi di quel desiderio infantile da pilota carnevalesco. Adesso, qui, sconsideratamente da adulto, ora che ha imparato bene l'arte di sparire nell'anonimato dello stare al mondo. E' convinto che ignorarsi in una comunità ben nutrita sia la vera civiltà, una corretta sedazione quotidiana. Vivere per non darlo troppo a vedere è la più elevata arte borghese.
Puntuale arriva il treno. Fa pochi passi e sale, cerca il suo posto col biglietto in mano, si siede con calma e posiziona i suoi oggetti. E' consapevole che si sporcherà le mani irrimediabilmente. Nessuno è stato avvertito, ha gettato il telefono e chiuso l'ultima faccenda di soldi. Nessuno di quanti credevano di conoscerlo lo troverà più.
Zaccaria alle ore
02:43 |
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